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Quell’odio ingiustificato nei confronti dello 0-0

By 26 Giugno 2019 No Comments
Pareggio 0-0

Negli ultimi 30 anni si è cercato di incentivare in tutti i modi il gioco offensivo, senza capire però che questa guerra contro il pareggio a reti bianche è una guerra contro il calcio stesso, contro la sua specificità e la sua anima

Premessa. Le riflessioni sviluppate in questo scritto sono state già espresse nel corso degli anni. La prima volta fu in un lungo articolo pubblicato da Il Manifesto nel 2000. Poi vennero replicate nel libro L’invasione dell’Ultracalcio. Anatomia di uno sport mutante, pubblicato nel 2005 da Ombre Corte. Quindi fu la volta di un articolo ospitato dal quotidiano Dieci, durante il suo breve corso di vita nel 2007. Vista l’importanza del tema, ritengo che recuperarle un’ulteriore volta non sia l’ennesima ripetizione. Certe verità vanno ciclicamente ribadite. Giusto per scongiurare il rischio d’essere complici del silenzio, e di contribuire per acquiescenza all’assassinio del calcio.

L’ultimo atto di disprezzo è stato l’invenzione del bore draw refund. Si tratta di un meccanismo escogitato dalle agenzie di scommesse online che permette agli scommettitori di riavere indietro il denaro puntato qualora si verifichi un caso specifico: che la gara sulla quale si è sbagliato pronostico finisca 0-0. In tale circostanza lo scommettitore che abbia puntato sulla vittoria di una delle due squadre, o su un pareggio con gol, può vedersi restituire il credito. Come se quella partita non si fosse mai disputata. E forse la logica ispiratrice è proprio questa: una partita senza gol è una partita mai iniziata, dunque mai esistita.

Chi sia passato dentro quel buco nero può avere persino facoltà d’essere risarcito. Ma il massimo indizio del disprezzo cui si faceva cenno all’inizio sta nella scelta dell’aggettivo: il pareggio noioso. Come si trattasse di offesa emotiva e estetica, tale da autorizzare il diritto al rimborso. Una rapida ricognizione sul web, e la consultazione di una pagina di wikizionario, fugherà ogni residuo dubbio sul senso della formula bore draw. In termini generici essa qualifica la partita di bassa qualità emotiva che si concluda in parità, ma nell’accezione diffusa il riferimento è proprio al pareggio senza gol. Trattato come fosse emblema della noia calcistica.

Le pagine web che le agenzie di betting online dedicano al bore draw refund (o bore draw money back) forniscono altre informazioni. Vi si scopre che, in media, le gare terminate senza gol tocchino quota 11%. E che il pari senza gol sia il secondo punteggio più ricorrente nel calcio. I toni con cui tali dettagli vengono esposti sono quelli della lotta contro un male endemico ancora da estirpare. Possibile che si muoia ancora di tubercolosi, e che così tante partite insistano a finire 0-0? Ma consultando altri dati si scopre che nelle principali leghe europee il processo di contenimento degli 0-0 sia andato molto avanti.

La pagina WinDrawWin, collegata a Bet365, mette in fila i dati relativi alla stagione 2018-19 delle cinque principali leghe europee. E tenendo conto che la Bundesliga è un torneo a 18 squadre, che gli altri quattro sono a 20 squadre, e che la Ligue 1 prevede lo spareggio fra la terzultima e la vincitrice dei playoff di Ligue 2, ne scaturiscono i seguenti dati sugli 0-0, sia in termini assoluti che in percentuale: 18 0-0 in Bundesliga (5,84% sul totale delle gare di campionato), 22 in Premier League (5,79%), 28 in Liga (7,37%), 32 in Ligue 1 (8,33%) e 34 in Serie A (8,95%).

Si tratta di cifre che oscillano da un anno all’altro, e ciò viene confermato dal fatto che la Serie A, primatista di 0-0 nella stagione appena conclusa, abbia fatto registrare il dato più basso nel 2016-17 (19 0-0 e 5% secco, contro il 6,17% della Bundesliga che ha annotato lo stesso numero di gare finite senza reti ma su una somma di 308 partite contro le 380 italiane). Un’ultima curiosità: la lega che nel 2018-19 ha fatto registrare la maggiore incidenza di 0-0 è la Croatia.1 NHL, con 29 pareggi senza gol su 180 partite (16,11%).

Lo 0-0, cioè l’essenza del calcio
I dati appena illustrati raccontano la parte statistica della questione. E in filigrana mostrano una certa frustrazione nei confronti di un esito della partita di calcio visto con sempre maggiore insofferenza. Lo odiano gli stakeholder, cioè i soggetti portatori di un interesse che si articola intorno allo spettacolo del calcio. E allora, che si tratti dei gestori di scommesse sportive, o di produttori televisivi, o di inserzionisti pubblicitari, ciò che rimane invariato è l’astio verso un esito negatore dell’emozione del gol. Ma gli stessi soggetti responsabili del gioco, a partire dai dirigenti che si sono avvicendati ai vertici del calcio mondiale, hanno espresso nel corso del tempo un’avversione non minore.

In questa direzione, l’atteggiamento di maggior radicalismo è stato espresso dal colonnello Joseph Blatter. Che prima da segretario generale e poi da presidente della Fifa ha condotto una guerra allo 0-0, promuovendo tutte le modifiche regolamentari che a partire dai mondiali di Italia 90 hanno inteso favorire il gioco d’attacco e togliere spazio all’ostruzionismo. Per la gran parte dei casi si è trattato di innovazioni salutate con entusiasmo dall’opinione pubblica, sedotta dall’idea di una maggiore apertura del gioco e di una più alta spettacolarità. A quasi trent’anni di distanza, forse, si comincia a prendere coscienza che ci si sia spinti un po’ troppo avanti, e che la trasformazione del modo di giocare il calcio sia andata in una direzione non auspicabile.

Ma ancora non si sente pronunciare il mea culpa da parte di tutti coloro (e sono tanti) che hanno fornito copertura morale a questa guerra contro lo 0-0. Quanti fra costoro si sono resi conto di avere dichiarato guerra al calcio, e alla sua specificità, e alla sua anima? Quanti non hanno ancora capito che lo 0-0 sia non già uno degli esiti possibili della partita di calcio, ma che piuttosto sia esso stesso il calcio? E che, di conseguenza, provare a reprimere lo 0-0 equivalga a uccidere il calcio? A tutti costoro bisogna spiegare qualcosa, usando tutta la pazienza che serve. E mettere in fila le caratteristiche da cui discende la fortuna del gioco del calcio. Che  nonostante tutti gli stravolgimenti rimane la più emozionante fra le discipline sportive perché è anche la più imprevedibile. E la sua imprevedibilità sta nel fatto di offrire al meno forte delle reali possibilità per tenere testa al più forte, e persino di batterlo se le circostanze lo consentono.

Bisogna partire da un dato di fatto: il calcio è più di ogni altro lo sport della scarsità di punteggio. Ossia, quello in cui è più raro e complicato portare a termine l’azione d’attacco con la realizzazione di un punto. L’unica disciplina sportiva a squadre in cui il punteggio di partenza (lo 0-0, appunto) ha buone probabilità di essere anche il punteggio finale. Nelle altre discipline sportive a squadre questa condizione non è quasi data. Qualche eccezione si registra nell’hockey su prato.

Il campionato italiano di serie A maschile 2018-19, per esempio, ha fatto segnare due 0-0 su 132 partite (Polisportiva Juvenilia-HC Bra e CUS Pisa-HC Roma). Un dato eccezionale, come conferma la panoramica sugli altri campionati maschili e femminili disputati nella stagione appena conclusa. E la probabilità di avere uno 0-0 finale si estingue col passaggio dall’open air all’indoor (hockey su pista o su ghiaccio). Se poi si prende in considerazione altri sport di squadra, strutturati sulla formula della partita a tempo (e non dell’accumulo di punteggio, come nel caso della pallavolo), ecco che la prospettiva dello 0-0 finale si fa impensabile man mano che si passa dalle varie forme dell’hockey e dal rugby alla pallanuoto, e dalla pallamano al basket.

Il confronto fra lo sport di squadra che ha come caratteristica la scarsità di punteggio, e tutti gli altri sport di squadra che invece prevedono gradi più o meno ampi di abbondanza di punteggio, fa emergere un altro dato: la differente eventualità del pareggio. Escluso il basket, che in caso di parità al termine dei tempi regolamentari comanda la disputa di uno o più tempi supplementari, tutte le altre discipline sportive accettano il pareggio come esito di una partita. Ma a differenza di quanto succeda nel calcio, le gare di queste discipline possono finire in parità soltanto in modo casuale.

Pareggio 0-0

Le due avversarie si attaccano, provano a vincere con tutte le forze, ma al termine della battaglia sportiva l’esito è la parità. Non esistono le condizioni per le quali una delle contendenti, a partire da un dato momento della gara, scelga di condurre la partita verso la conclusione pari. Men che meno si può configurare la situazione per cui una delle due squadre scelga di giocare l’intera partita per pareggiare, ossia per non vincere. Ciò è semplicemente impossibile.

A pallanuoto si pareggia non meno di 5-5, a pallamano è cosa rara che una delle due squadre rimanga sotto i 20 gol a partita e i pareggi viaggiano sul filo del 25-25. Nel rugby è necessario mettere insieme due o tre mete per avere probabilità di portare a casa il risultato. E nel basket, quand’anche il pareggio fosse previsto, difficilmente sarebbe realizzabile sotto la soglia dei 60 punti. Queste abbondanze di punteggio stanno a significare che il pareggio giunge al termine di uno sforzo orientato a guadagnare la vittoria. Perché chi realizza almeno 25 gol o 60 punti lo fa per vincere, non certo per non perdere. In tutti gli sport di squadra diversi dal calcio, la ricerca della vittoria è un obbligo, e il pari soltanto un evento.

A quanto detto riguardo alla struttura dei punteggi va aggiunto un altro elemento specifico del calcio: la possibilità di far trascorrere il tempo senza l’obbligo di utilizzarlo per costruire l’azione d’attacco. Ancora una volta, nelle altre discipline di squadra questo atteggiamento è irrealizzabile. Non lo consentono la frenesia dell’hockey (soprattutto nelle versioni indoor), né la particolare configurazione dinamica del rugby, né la velocità della pallamano.

La pallanuoto e il basket prevedono addirittura dei limiti temporali per il possesso palla. Nella pallanuoto la squadra che conduce l’azione ha a disposizione 30 secondi per concluderla. Scaduto quel tempo, e quale che sia l’esito dell’azione, la palla passa alla squadra avversaria. Nel basket i tempi soni ancora più stringenti: 24 secondi per andare al tiro e soltanto 8 per far approdare la palla in zona d’attacco. Anche in questo caso, scaduto il tempo, la palla passa all’avversaria.

Pareggio 0-0

Una regola analoga venne proposta nella pallamano nel 1993, con prospettiva di limitare a 45 secondi la conduzione dell’attacco. Accorgimenti regolamentari come questi hanno la conseguenza di azzerare la possibilità di fare possesso palla ostruzionistico. Perché una volta esaurito il tempo a disposizione, la palla torna all’avversario che potrà puntare a realizzare il punto. E dunque, ancora una volta, se si entra in possesso della palla c’è l’obbligo di attaccare. Se a ciò si aggiunge che pallamano e basket vengono giocate con la disciplina cronometrica del tempo effettivo, ecco che cade l’ultimo spiraglio per l’esercizio dell’ostruzionismo.

Nel calcio tutte queste limitazioni non esistono. Si può tenere palla col solo intento di perdere tempo, e lo si può fare il più a lungo possibile, sempre che se ne abbia l’abilità. E ciò cambia completamente l’equilibrio di forze sul campo da gioco. Perché in tutte le altre discipline sulle quali si è fatta comparazione, il competitor più forte è avvantaggiato non soltanto dalla sua stessa forza, ma anche dal fatto che il competitor più debole debba sfidarlo in modo aperto.

Cioè, provare a superarlo sul piano della performance, ciò che costituisce una sfida persa in partenza. Invece nel calcio le cose non vanno così. Il competitor più debole può giocare a non giocare. Gli viene offerta una possibilità che nelle altre discipline di squadra non esiste: fare risultato giocando per non vincere. Ne ha facoltà perché il pareggio è un esito molto probabile della gara. E l’alta probabilità di quell’esito è data dalla difficoltà di sbloccare il punteggio di partenza. Nel calcio lo 0-0 è l’arma dei poveri. Dall’altra parte, il competitor più forte dovrà dimostrare di esserlo davvero. E per farlo dovrà stanare il competitor più debole senza aspettarsi che quello vada al suicidio sfidandolo apertamente. Dovrà strappargli di mano l’arma dei poveri. Allora sì che egli legittimerà la propria forza.

Pareggio 0-0

Come avrebbe detto John Rawls (se avesse amato il calcio)
Esistono i concetti nobili ma astratti, e esempi pratici che non sempre sono al loro servizio. Un caso su tutti: il concetto di equa eguaglianza di opportunità, uno fra quelli fondamentali elaborati dal filosofo statunitense John Rawls e inserito in una delle opere classiche in filosofia politica: Una teoria della giustizia. Nell’opera Rawls espone i fondamenti di una società in cui viga il principio della giustizia come equità. E sostiene che, affinché una società sia realmente equa, non basta assicurare a tutti i suoi membri una formale uguaglianza di opportunità. Perché mettere tutti sulla medesima linea di partenza non assicura la parità nelle possibilità di successo.

Sulla linea di partenza ci si piazza con dotazioni diverse, talento dispari, estrazioni più o meno favorevoli. Dunque, l’uguaglianza di opportunità non azzera di per sé il rischio di sperequazione e d’ingiustizia sociale. Affinché davvero vi siano opportunità per tutti, dice Rawls, serve che l’uguaglianza sia anche equa. E dunque che limiti per quanto possibile le disuguaglianze potenziali, pronte a esprimersi quando si apre la corsa alle opportunità.

Concetto bellissimo nella sua astrattezza. Ma come renderlo in pratica? E come rappresentarlo a intere generazioni di studenti universitari che si sono confrontati con  quel tomo da quasi 600 pagine stampate con caratteri da microscopio? Semplice: portando l’esempio dello 0-0 nel calcio. Ecco l’equa eguaglianza di opportunità. Dare al più debole uno strumento per farcela davvero nella gara contro il più forte. Il vero motivo che rende al calcio lo status di gioco più bello del mondo. Chi fa la guerra allo 0-0 non ha capito questo gioco. Forse non lo ha mai nemmeno amato. Che sia maledetto in eterno.

Pippo Russo

About Pippo Russo

Pippo Russo (Agrigento, 1965), insegna Sociologia presso l’Università di Firenze. È giornalista e scrittore.

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