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Sacchi si è fermato a Sarajevo

By 11 Giugno 2019 No Comments

Il 6 novembre 1996, in una Sarajevo martoriata da oltre mille giorni di assedio, la Bosnia gioca la prima partita in casa della sua storia contro l’Italia. Finisce 2-1 per i padroni di casa che senza saperlo mettono fine all’era del tecnico di Fusignano

Alcuni dei link contenuti in questo articolo contengono immagini dell’assedio di Sarajevo e potrebbero urtare la vostra sensibilità. 

A Sarajevo non si spara più da sei mesi. L’ultima a cadere sotto le pallottole serbe è stata una signora. Aspettava il tram lungo la Strada del Dragone di Bosnia, il  serpentone di catrame che qui hanno imparato a chiamare Sniper Alley, il viale dei cecchini. Nei 43 mesi di assedio, solo in quella strada che collega l’aeroporto al centro sono state uccise circa 250 persone. Di cui 60 bambini. Perché anche le decine di cartelli con la scritta “Pazi Snajper” (attenzione, cecchini) potevano fare poco contro i proiettili. Per quattro anni, fra il 1992 e il 1996, chi era costretto a guidare comunque lungo quel vialone raccomandava la sua anima al proprio dio e abbassava i finestrini.  Serviva a non rimanere ferito dalle schegge di vetro nel caso in cui l’auto fosse stata centrata.

Ora, nel novembre 1996, Sarajevo è inghiottita dal silenzio. Un silenzio che preme contro le tempie e che si avvolge stretto contro la gola. Un silenzio che non fa meno paura delle deflagrazioni. Perché non basta l’assenza di rumore per dimenticare il suono osceno dei proiettili che fischiano prima di colpire il bersaglio, delle grida di dolore dei feriti, delle bombe che cadono e spazzano via un pezzo di città. In media ci sono state 329 esplosioni al giorno. Quattordici l’ora. Una ogni quattro minuti e mezzo. Tranne che il 22 luglio del 1993. Lì di bombe ne sono cadute addirittura 3780.

Adesso che la polvere si è posata inizia la parte più difficile. Perché rialzare gli occhi vuol dire anche fare i conti con l’ambiente che ti circonda. O con ciò che ne è rimasto. Con quei palazzi sventrati che assomigliano a teschi con le orbite vuote, con le carcasse di automobili bruciate in mezzo alla strada, con quelle file di croci che spuntano un po’ dovunque, come un’erba infestante. E non c’è luogo simbolo della città che sia stato risparmiato.

Sarajevo nel 1996. Foto: Lt. Stacey Wyzkowski.

Il 5 febbraio del 1992 i serbi lanciarono una granata di mortaio fra i bianchi della cattedrale cattolica. Morirono quasi 70 persone, 197 rimasero ferite. Nella notte fra il 25 e il 26 agosto, invece, la Viječnica, la storica biblioteca di Sarajevo, fu distrutta dalle granate incendiare dell’esercito serbo che trasformarono migliaia di libri in cenere pronta a posarsi sugli edifici di tutta la città. Prima era toccato al palazzo del Parlamento, declassato a sarcofago vuoto dai bombardamenti. Il 5 febbraio del 1994, invece, è stato il turno del mercato cittadino di “Markale”, in pieno centro, quando le granate hanno dilaniato 68 persone che cercavano di procurarsi qualcosa da mangiare e ferendone altre 144 (un attacco che sarà replicato il 28 agosto del 1995, quando 5 proiettili da mortaio provocarono 43 morti e 75 feriti).

Ma le stragi che fanno più male sono quelle che si consumano lontano dai palazzi importanti. Una dozzina di persone  sparisce nel nulla mentre fa la fila per ottenere un po’ di pane. Altrettanti bosniaci vengono cancellati da Sarajevo mentre sono in coda per riempire qualche contenitore con dell’acqua potabile. Ogni strada è un ricordo, ogni ricordo un pugno allo stomaco. Anche perché tutti in città hanno dovuto seppellire un parente o un amico. In molti, addirittura, un figlio. Vivendo a Sarajevo si impara che non è vero che l’amore vince contro ogni cosa. Il 19 maggio 1993 Admira e Bosko decidono di fuggire dalla città. Insieme. Lei ha 25 anni ed è musulmana. Lui è un serbo ortodosso. Il fuoco di un cecchino li raggiunge mentre stanno scappando sul ponte Vrbanja. Venticinque colpi. Il primo a cadere è Bosko. Admira  viene ferita, si trascina, abbraccia il corpo del fidanzato. E decide di morire accanto a lui. Rimangono lì, sull’asfalto di quel ponte per otto giorni. Stretti l’una all’altro.

A Sarajevo non si spara più da sei mesi. Eppure la normalità è un concetto che sembra ancora così vago. Secondo i medici che cercano di prestare soccorso ai civili, non c’è abitante della città che non abbia una forma più o meno lieve di disturbo psicologico. Una condizione che si estende anche ai dottori, soprattutto a quelli stranieri che si fermano nella capitale per più di qualche settimana. Uomini, donne e bambini che per anni si sono nascosti sottoterra come topi, come se fossero già morti. Con le mani sopra la testa e la testa stretta fra le ginocchia mentre in superficie le esplosioni scandivano giornate sempre uguali. E ora devono riprendere a vivere, sopravvissuti a una guerra che non è stata di conquista, ma di annientamento, di estirpazione, di estinzione.

L’attacco al Palazzo del Parlamento del 1992. Foto: Mikhail Evstafiev.

 

Negli oltre mille giorni di assedio sono morte 11541 persone, fra cui 1500 bambini. E non è l’unico problema. Non c’è edificio in città che non sia stato danneggiato. Facciate segnate dai colpi di fucile che assomigliano a facce devastate dall’acne. Quando va bene. Perché i palazzi inagibili sono circa 35mila. La metà delle scuole è stata distrutta. L’80% delle attrezzature agricole del Paese non esiste più. Il reddito procapite è diminuito di tre quarti rispetto al livello pre bellico. E comunque, ora, non arriva a 500 dollari al mese. La corrente elettrica non è garantita. Sono queste le fondamenta su cui costruire una nuova speranza in questo anno bisestile.

Così, il 6 novembre del 1996 la Bosnia gioca la sua prima partita ufficiale a Sarajevo. Contro l’Italia. In un’amichevole internazionale. E nessuno è disposto a fare sconti alla retorica. Si parla di partita della pace, di sfida alla solidarietà, di gara della fratellanza. Una zolletta di zucchero sciolta in un mare di lacrime. Ma anche la solidarietà incontra qualche problema. Fino a fine ottobre, infatti, il match è a forte rischio. Colpa delle difficoltà a trovare un orario che metta d’accordo le due federazione e i titolari dei diritti tv. Bisogna giocare con la luce del sole perché non c’è illuminazione. E perché è meglio partire presto. La Federcalcio vorrebbe giocare alle 13, la Federazione bosniaca non è d’accordo perché ha paura di incassare troppo poco e il broker tedesco che detiene i diritti tv preme affinché si scenda in campo alle 20.30. In Italia, intanto, è asta a tre fra Rai, TMC e Mediaset. «Non abbiamo fatto un’offerta – spiega Umberto Gandini, responsabile acquisizioni sportive Mediaset – attendiamo una risposta ma ci sono ancora discussioni sull’orario».

La settimana che porta alla partita, però, è pesante soprattutto per Arrigo Sacchi. Il Commissario Tecnico è una specie di detenuto in attesa di giudizio. Il Mondiale statunitense perso ai rigori (non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, ma un allenatore evidentemente sì) e l’eliminazione a Euro 1996 hanno sancito il fallimento della sua opera di evangelizzazione in azzurro. La Federcalcio (in attesa che Luciano Nizzola venga nominato presidente) vorrebbe dargli il benservito, ma l’impegno contro l’Inghilterra a Wembley a febbraio (ci si gioca la qualificazione a Francia 1998), impone prudenza.

Una veduta generale del cimitero di Sarajevo (Getty Images).

A complicare ulteriormente la questione ci pensano le convocazioni. Il 23 ottobre la Juventus aveva pareggiato 0-0 contro la Nocerina  (penultima in C1 con 5 punti nelle prime 8 partite) nel terzo turno di Coppa Italia. Il regolamento parla chiaro: è necessario un replay come succede in Inghilterra. Si gioca il 6 novembre, al Delle Alpi. Lo stesso giorno di Bosnia – Italia. Lippi chiama Sacchi e gli comunica che nessun giocatore bianconero partirà con la Nazionale. «Ho dovuto dire di no – spiega Lippi – mi mancheranno già gli stranieri Jugovic, Boksic e Montero, non ho Torricelli, squalificato, né Conte e Pessotto, infortunati. Sacchi ha capito e non ha insistito».

Il cittì ridisegna la squadra e convoca a sorpresa Lentini e Marchegiani, oltre a due novità assolute: Federico Giunti del Perugia e Pasquale Padalino della Fiorentina, rispettivamente i convocati 91 e 92 della gestione Sacchi. Ad accompagnare la squadra in Bosnia ci sono i vertici del calcio italiano, ma non il vicepresidente del Consiglio Walter Veltroni, costretto a rinunciare alla trasferta dei buoni sentimenti per impegni parlamentari legati alla Finanziaria.

Gli azzurri atterrano a Sarajevo alle 15,12 del 5 novembre. E subito si accorgono che un angolo dell’aeroporto è stato trasformato in un cimitero. Un pullman li prende e li scarica direttamente all’Holiday Inn, uno dei pochi edifici che è rimasto in piedi nell’area. Un hotel diventato famoso per essere stato il quartier generale di Radovan Karadžić durante la prima fase della guerra (occupava la stanza 529) e poi il ritrovo della stampa internazionale arrivata a Sarajevo per raccontare la guerra.

«Non si può rimanere chiusi in una stanza in un posto come questo», dice capitan Maldini. E il difensore sarà presto accontentato. Un gruppo formato da Albertini, Maldini, Casiraghi e Zola  ha fatto visita ai piccoli ricoverati all’ospedale Kosevo. Nel dicembre del 1993 l’edificio era stato attaccato da cinque granate, uccidendo due infermiere mentre un paziente sarebbe morto per lo choc. «In quel momento – ha raccontato uno dei tecnici di laboratorio feriti – non c’ era corrente e faceva freddo. Abbiamo portato tutti i pazienti in due stanze. Poi sono andato nella sala del personale per fumare una sigaretta con le due infermiere e c’ è stata un terrificante esplosione. Mi sono mosso a tentoni nel buio e ho cominciato a strappare delle lenzuola per farne delle bende e tamponare la mia ferita. Infine qualcuno mi ha trovato nell’oscurità».

A distanza di tre anni la situazione non è molto migliorata. I vetri alle finestre sono stati montati solo qualche mese prima. Fino a marzo le finestre erano state chiuse con dei teli di plastica. Anche se fuori facevano 22 gradi sotto zero. Così alcuni bambini avevano avuto anche sette ricadute di broncopolmonite. Ora i piccoli pazienti hanno vissuto qualche minuto di spensieratezza. E sono riusciti anche a ottenere qualche giocattolo nuovo. Foto, sorrisi, autografi e anche qualche coccola. Mentre nei corridoi due fotografi si sono spintonati e hanno iniziato a discutere per uno scatto in più. Il più provato, alla fine, è stato Paolo Maldini. «Spero che mio figlio un giorno venga a vedere – dice – perché le parole non bastano a spiegare».

I giovani redattori di “Fan magazine”, invece, hanno circondato Marco Simone, convincendolo a disegnare un animale per i loro lettori. Ne è uscita una lumaca che non sembrava stare troppo bene. Poi gli hanno chiesto il motivo di quei curiosi scarpini bianchi. Una trovata che all’epoca aveva fatto accapponare la pelle a più di uno spettatore.

Il cimitero che sorge accanto allo stadio Kosevo (LaPresse).

E fitto è anche il calendario del giorno successivo, quello della partita. In mattinata infatti la squadra fa visita al comando della Brigata multinazionale Nord, composta dal continente italiano (circa  2500 uomini, la metà invitata alla partita contro la Bosnia, prevalentemente paracadutisti della Folgore), da quello portoghese ed egiziano. È un vortice di situazioni da sorriso sulle labbra: il comandante in capo, generale Viva, saluta il Commissario tecnico con un improbabile «Dottor Sacchi!». Poi Arrigo non riconosce il capitano dei parà Giuseppe Santini. Niente di strano se non fosse che i due avevano giocato insieme ai tempi del Baracca Lugo. «Com’era Sacchi da giocatore? – dice il capitano a La Stampa – giocava da centrocampista, non fatemi dire di più». Marco Simone rompe il ghiaccio calandosi sulla fronte il berretto della Folgore, imitato subito da Sacchi. «Due giorni bellissimi – dice Albertini – senza un attimo di riposo, ma con tanti sentimenti veri da riportare a casa. È bello sapere che serviamo a qualcosa».

Intanto, però, la squadra avversaria continua a essere un punto interrogativo. Più che al lato tecnico della Bosnia, i giornali italiani sono interessati alla storia umana dei calciatori. La Repubblica traccia un ritratto di Mirsad Dedic, 28 anni, professione portiere, uno dei pochi a giocare in patria. Sua cugina Dada, 16 anni, è stata uccisa durante un attentato al caffè di Tuzla.Lui, invece, è stato lontano per 3 anni. Quando è iniziato l’assedio lui, paradossalmente, era andato a giocare contro la Stella Rossa, a Belgrado. Dopo la sconfitta era stato messo al corrente di quello che stava accadendo a Sarajevo. Dopo aver girato l’Arabia, la Turchia e la Germania ora è finalmente tornato a casa. Per difendere la porta della sua squadra guadagna più o meno 300 mila lire al mese. Il commissario tecnico della Nazionale, Fuad Muzarovic, di lire ne guadagna 500mila al mese. Nessuno di loro pensa ai soldi. Non in questa serata, almeno.

L’allenatore ha ben altro per la testa. Deve cercare di mettere in piedi una squadra dignitosa. Un’impresa non esattamente semplice. Muzarovic deve rinunciare a qualche pedina fondamentale. Proprio come il centravanti della squadra, Meho Kodro, uno che aveva giocato con Real Sociedad e Barcellona (9 gol in 32 presenze con i blaugrana) e che in quel momento era riuscito a strappare un contratto con il Tenerife. Il club non lo ha liberato. O meglio, ha provato a creargli qualche grattacapo. Gli ha fatto capire che era meglio non andare, che si poteva allungare fino alla Slovenia la domenica successiva. A Sarajevo, nella Sarajevo che stava diventando un simbolo di rinascita, era meglio se non ci metteva piede. «Dobbiamo cercare di non perdere troppo male», dice il cittì in uno dei pochi dribbling riusciti alla retorica. La Bosnia ha già disputato una partita di qualificazione ai Mondiali. Contro la Croazia. Ha perso 1-4 in casa, anche se quel “in casa” vuol dire Bologna, visto che una commissione era ancora impegnata a esprimersi sull’agibilità dello stadio di Sarajevo.

L’Italia arriva al Kosevo poco prima della partita. E la vista che si apre davanti agli occhi dei nostri giocatori è di quelle che annodano lo stomaco. Un campo limitrofo all’impianto è stato adibito a cimitero. Ci sono seppelliti cittadini e militari morti nel 1992. Dall’altro lato dello stadio c’è un altro camposanto. Migliaia di croci improvvisate tirate su alla buona utilizzando legno lucido. I biglietti per la partita costano fra le 4 e le 8mila lire, una piccola fortuna per gli stipendi medi dell’epoca. Eppure i 40mila posti dell’impianto sono quasi tutti esauriti. Il riscaldamento delle squadre è accompagnato dalla Macarena. Un motivetto scanzonato che davanti a quelle croci, davanti a quel pubblico dove si accalcano così tanti mutilati (ad assedio concluso se ne sono contati circa 15mila) stona in maniera grottesca. Quando parte l’inno di Mameli i Maniacs, i tifosi dello Zeljeznicar con bandiere bianche e nere, provano a coprirlo di fischi. Dalla curva opposta, invece, gli Horezla, frangia dei supporter del Sarajevo vestita di arancione, fa partire un lungo applauso.

In campo non c’è partita. Ma non nel senso che si aspettano tutti. Al 5′ Salihamidzic porta in vantaggio la Bosnia. Tutti si aspettano la reazione azzurra, che arriva puntuale al 10′ con Enrico Chiesa. È una gioia effimera: al 43′ Bolic segna un gol che manda in estasi la sua gente e che trasforma in un incubo il viaggio della speranza degli azzurri. Al fischio finale un parà estrae dallo zaino uno striscione con scritto «Sacchi buffone vergogna della nazione». Ma il peggio, per il commissario tecnico, deve ancora arrivare.

La conferenza del dopopartita serve solo a mettere in difficoltà il tecnico di Fusignano. «Se devo essere giudicato come allenatore per una partita come questa – dice – beh, allora mi arrendo». Eppure qualcuno vorrebbe che venisse esonerato ancora prima di salire sulla scaletta dell’aereo del ritorno. «Ho avvicendato sette giocatori, ne ho lasciati a casa alcuni importanti, altri erano alla prima convocazione e si sono allenati una volta insieme ai nuovi compagni – prova a difendersi – se avessi potuto scegliere avrei mandato un’altra squadra in campo. E se avessimo dovuto vincere a tutti i costi, non ci saremmo trovati al lunedì sera e non avremmo impiegato tutto il nostro tempo libero per andare a visitare ospedali e caserme. Ripeto, questo valore era stato dato da tutti noi, alla vigilia, e in egual misura: la cosa meno importante di questa trasferta è stata la partita. Nel secondo tempo abbiamo smesso di essere una squadra per diventare qualcosa di molto simile a una semplice rappresentativa».

I giocatori però hanno messo subito in chiaro il loro pensiero sull’allenatore. Soprattutto Gianfranco Zola: «L’avevano criticato dopo due vittorie, figurarsi adesso… Beh, io dico che fare processi dopo questa partita sarebbe ben triste, confido nel buon senso della gente». Perché più del campo ha parlato l’ambiente circostante. «Il risultato era l’ultima cosa, il vero obbiettivo era il segnale di pace, il messaggio che abbiamo portato, insieme a un po’ di allegria per questa gente. Da questa trasferta ho imparato tante cose, bastava guardarsi intorno per riflettere – ha detto Zola – Non dimenticherò mai più l’ arrivo all’aeroporto, in mezzo a tutte quelle macerie, e quella spaventosa serie di croci, che ci hanno accompagnato fino all’entrata dello stadio. Ma dalla finestra del mio albergo, ho visto anche ragazzini giocare al pallone su un pezzetto di prato, vuol dire che il futuro è già cominciato».

Ma anche il futuro di Arrigo Sacchi è iniziato. Prima della partita era circolata una voce piuttosto insistente. La Federcalcio, dicevano, stava studiando la presenza di un cavillo buono per esonerare il commissario tecnico senza dovergli pagare tutto l’ingaggio previsto dal suo ricco contratto. Ora la palla passa a Luciano Nizzola. La sua investitura come presidente della FIGC è prevista il 14 novembre e dopo quella data è previsto un colloquio esplorativo con Sacchi. Per l’ufficialità, però, bisognerà comunque aspettare il 14 dicembre, quando Nizzola diventerà presidente federale.

Il primo incontro avviene il 19 novembre 1996, in una saletta dell’aeroporto di Linate. Non esattamente il luogo più adatto a rivoluzione il calcio italiano. Da una parte Arrigo Sacchi, dall’altra Nizzola e il commissario straordinario Pagnozzi. Il ct ribadisce di non avere nessuna intenzione di lasciare la sua panchina. I suoi interlocutori ribardiscono che la fiducia nei suoi confronti è esaurita da tempo. La soluzione ideale per tutti è un addio, ma ognuno ha i suoi buoni motivi per rimandarlo. Sacchi ha un contratto pesante e, soprattutto, non si sente il principale colpevole di questa situazione. Nizzola vorrebbe esonerarlo ma, d’altra parte, un’eventuale sconfitta contro l’Inghilterra a febbraio non sarebbe un buon biglietto da visita per uno che si appresta a diventare presidente della Federcalcio. Anche perché, dopo lo scivolone contro la Bosnia, l’Italia è precipitata dal quinto al nono posto della classifica Fifa. Il clima è di quelli da Guerra Fredda. Ma il primo a lanciare i missili è proprio Arrigo Sacchi.

In quei giorni il Milan di Tabarez è in grande difficoltà. Dopo 9 partite il Diavolo è ottavo, con appena 14 punti in classifica. Galliani difende il suo tecnico dicendo che resterà in carica fino a fine anno, ma la stampa parla di contatti fra Sacchi e Berlusconi. Se la situazione dovesse addirittura peggiorare, si dice, il cittì potrebbe ritornare sulla panchina che lo ha reso grande. Il 20 novembre il Cavaliere è ospite speciale di una puntata altrettanto speciale di Porta a Porta. Sacchi aspetta in una stanza al primo piano della palazzina b di Saxa Rubra. Attende di entrare in studio con un pallone in mano come sorpresa per il leader di Forza Italia. E Berlusconi lo accoglie come un fratello. «Sacchi ha fatto quel che nessuno immaginava nel mondo del calcio», dice a Bruno Vespa. E ancora: «Se lo riprenderei al Milan? Arrigo sa già la risposta. Ma non la darò pubblicamente per rispetto a chi sta lavorando adesso su quella panchina». I vertici del calcio italiano strabuzzano gli occhi e sprofondano in un imbarazzo difficile da raccontare. Sacchi li aveva avvisati con un generico «Domani vado da Bruno Vespa», ma nessuno aveva pensato a uno scenario simile.

«Siamo senza parole – commentano – Sacchi è un funzionario pubblico. Cosa fa? Dove va? Dovrebbe evitare di mettersi in situazioni simili». Perché stavolta Arrigo ha pressato alto ed è riuscito a compiere un piccolo miracolo. Ha fatto capire di non avere alcuna intenzione di lasciare sul tavolo il contratto che lo lega alla Federcalcio perché tanto non resterebbe disoccupato a lungo. La palla è di nuovo al centro. Solo che mentre il tecnico può permettersi di fare melina, la Federazione deve studiare una via d’uscita.

La svolta arriva inaspettata domenica 1° dicembre. Il Piacenza di Bortolo Mutti ospita il Milan di Tabarez. Aladino Valoti ed Eusebio Di Franecesco portano in vantaggio i padroni di casa. All’intervallo Christophe Dugarry si alza dalla panchina e riporta la partita in parità. Poi, però, al 69′ Pasquale Luiso si trova nell’area del Milan con le spalle alla porta. L’attaccante si alza la palla con il destro e si esibisce in una rovesciata che beffa Sebastiano Rossi e si infila in porta. È il 3-2 definitivo. È la goccia che fa traboccare il vaso.

Oscar Washington Tabarez ai tempi del Milan (LaPresse).

Silvio Berlusconi, che aveva confermato Tabarez fino allo sfinimento, ora si rimangia la parola e decide di silurarlo. Anche perché martedì c’è una partita fondamentale contro il Rosenborg. E al Milan basta un pareggio per approdare ai quarti di Champions League. Il patron rossonero ha deciso: ci arriverà con Sacchi. E tanti saluti al tecnico uruguaiano.

La nottata di domenica è convulsa. Nel dopopartita Tabarez parla con la squadra. Scende negli spogliatoi, dice cosa salvare in vista della partita contro i norvegesi. Berlusconi è ad Arcore, Galliani telefona a Sacchi dopo aver invitato Tabarez a rassegnare le dimissioni. Alle 23,45 Sacchi telefona a Pagnozzi e si dimette. A mezzanotte e un quarto La FIGC comunica ufficialmente l’addio del Ct. Lunedì alle 18 Arrigo Sacchi torna a Milanello come nuovo/vecchio allenatore del Milan. «Credo che non sia mai successo che un club soffiasse l’allenatore alla nazionale durante le qualificazioni ai mondiali – scrive il giorno dopo Gianni Mura su Repubblica – Oppure sì. L’Inter con Hodgson, ma era la nazionale svizzera, non quella italiana».

Sarajevo distrutta dai bombardamenti (Foto: Hedwig Klawuttke).

L’avvicendamento non va giù a molti. Soprattutto a Gianni Rivera, sottosegretario alla Difesa. «È uno scambio di favori fra la Federcalcio e Berlusconi. La FIGC aveva tolto il problema Sacchi a Berlusconi, che ora contraccambia». L’Osservatore Romano è ancora più pesante. «Alcuni gruppi d’informazione volevano una notizia che distraesse dalle polemiche sulla Finanziaria, sulle pensioni, sulle inchieste della magistratura. L’hanno trovata».

Lunedì pomeriggio, poco dopo le 18, Sacchi arriva al centro sportivo di Milanello. Ad accompagnarlo c’è Adriano Galliani, ad aspettarlo uno striscione con scritto “Bentornato, Arrigo”. L’hanno attaccato alcuni tifosi che si sono radunati nel corso del pomeriggio per inseguire un sogno di grandezza che, forse, non esiste più. «Da qui alla partita non potrò fare altro che parlare, chiedere, cercare di capire perché la squadra sia arrivata a questo punto – dice il tecnico di Fusignano – Mi spiace non poter esprimere appieno la mia felicità, ma problemi personali me lo impediscono. Comunque posso assicurare che a livello sportivo sono sereno e contento. Chiedo umiltà, autocritica, disponibilità e generosità. Ci dovremo guardare in faccia e prenderci, ognuno le proprie responsabilità. Giocando a scaricabarile resteremo fermi dove siamo adesso».

Qualche giornalista gli chiede se si sente in colpa per aver lasciato la Nazionale nel giro di poche ore. Una domanda che nella testa di Sacchi deve suonare come una bestemmia in chiesa. «Non mi sento in colpa – dice – perché la lascio a sei punti dopo due partite. Posso vantarmi di avere nello studio una medaglia d’argento. Auguro a tutti quelli che fanno il mio mestiere di arrivare a vincerne una, anche solo di bronzo».

Un palazzo di Sarajevo che porta ancora i segni delle pallottole (Getty Images).

Sacchi resta a dormire nel centro sportivo. Nella stanza numero 5, quella di sempre. Una notte agitata con poco sonno e tanti pensieri. All’andata il Milan di Tabarez ha piegato 4-1 il Rosenborg. Ora basta un pareggio, nessuno sembra preoccuparsi troppo del risultato. Neanche i norvegesi. «Abbiamo poche chances – dice Eggen, il loro allenatore – ma se tutti i miei giocatori daranno il massimo possiamo fare una buona partita. Vincere qui è difficile per qualsiasi squadra». Parole così incredibilmente simili a quelle pronunciate dal ct della Bosnia Muzarovic prima della partita contro l’Italia a Sarajevo.

Questa, però, è una serata diversa. Stavolta si fa sul serio. Non ci sono ospedali o caserme da visitare, nessuno che lo chiama “dottor Sacchi”. Ora bisogna solo andare in campo e vincere. O anche pareggiare. Per riuscirci Sacchi manda in campo un 4-4-2 classico con Rossi in porta, Reiziger, Costacurta, Baresi e Maldini in difesa, Savicevic, Albertini, Boban e Ambrosini a centrocampo e Baggio a fare coppia con Dugarry in avanti.

A gelare i 30mila di San Siro, al 29′, è Harald Martin Brattbakk, che raccoglie una carambola in area e spedisce in fondo al sacco il pallone dell’1-0. Al 46′ del primo tempo Dougarry raccoglie una respinta a scaraventa in porta il pallone. È il gol dell’1-1. È il gol della qualificazione. Almeno fino al 70′, quando Brattbakk lascia partire un cross da lontanissimo, un cross che pesca la testa di Heggem, che brucia la coppia centrale del Milan e supera Rossi con un colpo di quelli che fanno venire un’esaurimento nervoso ai tifosi avversari.

Roberto Baggio nel 1996 (LaPresse).

A fine partita Sacchi si presenta davanti alle telecamere e fa felice la Gialappa’s. «Pensiamo al campionato perché non abbiamo rimasto altro», dice in un lapsus destinato a essere blobbato e rimandato in onda all’infinito. Analizzare la partita è un esercizio quasi inutile. «Lavorare, lavorare e ancora lavorare: non conosco altra medicina per uscire da questa situazione – dice – siamo anche tanto sfortunati: il primo gol loro è arrivato da un giocatore più basso da tutti e tre i difensori che lo circondavano. Senza contare che Rossi sta attraversando un momentaccio: ha sbagliato, sì, ma non è giusto dare a lui tutte le colpe».

Alla fine il più deluso di tutti è Dugarry. «E dire che avevo scelto il Milan per vivere una finale di Coppa Campioni». A giugno l’attaccante francese lascerà il Diavolo. Proprio come Arrigo Sacchi che, con quell’amichevole a Sarajevo, aveva aperto la fase più difficile della sua carriera.

Immagine di copertina: LaPresse.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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