L’avventura di Maradona al Gimnasia y Esgrima La Plata è solo l’ultima di un eroe calcistico dalle mille vite.
Secondo Eduardo Galeano, il calcio è l’unica religione che non contempla agnostici o atei. E come corollario di questa teoria va da sé che la chiesa del pallone è l’unica che contempla matrimoni impensabili. Proprio come quello di Diego Armando Maradona e il Gimnasia Esgrima La Plata. Parliamo, infatti, della figura calcistica più mistica di sempre e del club più sfortunato dell’Argentina.
Concittadino del più prestigioso Estudiantes, quattro volte campione della Libertadores, il Gimnasia è il più antico club argentino di sempre, ma nel suo palmarès vanta solamente un titolo nazionale che risale al 1929, ossia prima dell’avvento dell’era professionistica, per cui non riconosciuto. Con soltanto 1 punto in classifica fino ad ora e a 11 punti dalla salvezza per via dell’intricato sistema dei promedios argentini, che calcolano i risultati degli ultimi anni, il Lobo, come lo chiamano in patria, sembra praticamente condannato alla retrocessione. L’arrivo di Maradona sulla sua panchina è dunque quel coup de théâtre necessario per smuovere una piazza depressa ed ormai eccessivamente abituata a crogiolarsi nel dolore e nella disgrazia.
Terremoto emozionale
Così come il 5 luglio 1984 a Napoli, quando in perfetta forma fisica saliva le scale del San Paolo diventando oggetto di una foto storica, Diego è stato accolto pochi giorni fa al Bosque, lo stadio del Gimnasia, dove la festa era iniziata già giorni prima, ossia dopo l’ufficializzazione della firma del contratto. Oltre tremila maglie con il numero 10 e il nome Maradona sono state vendute in un giorno, neanche si trattasse di quel Pelusa che a vent’anni spaccava il mondo con il suo sinistro.
Abbracciato con il pensiero dai trentamila tifosi Triperos presenti, e dopo essere stato salutato dagli account Twitter di praticamente tutta la Superliga Argentina, Diego ha dato subito prova della sua esuberanza e ha scatenato un autentico terremoto emozionale non appena entrato in campo. La barba sfatta e la faccia stanca sono proprie di un campione spossato ma fiero, partito dal basso nella vita e arrivato allo status di deus ex machina con i propri mezzi. È la sua grandeur ad averlo fatto tornare ad allenare in Argentina, un paese dove l’ostracismo dell’ex presidente della AFA Grondona e la brutta sconfitta nei quarti di finale del mondiale 2010 contro la Germania gli avevano sbarrato le porte.
Operato al ginocchio destro poche settimane fa, l’eterno 10 argentino non si è tirato indietro al momento di saltellare mentre il pubblico cantava “El que no salta es un inglés”, uno sfottò non troppo indiretto a Juan Sebastian Verón, simbolo dei rivali dell’Estudiantes etichettato in patria come “inglés” dopo la sconfitta ai mondiali 2002 contro la nazionale britannica, in una partita nella quale la Brujita, allora al Manchester United, aveva giocato male ed è stato per molti tifosi argentini il peggiore in campo.
La rivincita in tutto e per tutto del Gimnasia, con già un piede nella fossa, è quella letteraria ed epica di chi non ha mai vinto niente e adesso è inaspettatamente al centro del mondo. Quanti, prima del passaggio di Diego al club di La Plata, conoscevano questo club fuori dall’Argentina? Ecco, probabilmente, in questo momento di vita, Maradona poteva allenare soltanto in un club del genere. Perché il suo curriculum da tecnico è inversamente decoroso rispetto a quello da calciatore e perché dopo oltre vent’anni lontano dai campi l’ex Pibe de oro è diventato il bersaglio facile di ogni facile critica. Lui che sul terreno di gioco dava tutto, e dopo Cruyff è stato probabilmente il più grande esempio di allenatore giocatore in campo, al quale va aggiunto il ruolo di motivatore, in panchina è costretto a starci per questioni di età. Eppure, è il fuoco principale delle telecamere, come se giocasse ancora.










