Ritratto di famiglia con pallone

Il padre, Henry, era un mediano della serie B belga. La madre, Carine, giocava come attaccante nella serie A femminile. Evitando esposizioni mediatiche e operando scelte precise, i due coniugi Hazard sono riusciti a indirizzare i quattro figli verso un futuro da professionisti. Con esiti diversi, ovviamente

In chiave funky potrebbe essere Family Affair di Sly and the Family Stone. Spostandosi verso il rock d’autore sarebbe Bring the Family di John Hiatt, mentre per gli adepti del punk la scelta non può che cadere su We’re a Happy Family dei Ramones. Il punto è uno solo: da qualsiasi prospettiva la si voglia guardare, la famiglia Hazard rappresenta un unicum nel suo genere all’interno del mondo pallonaro, in quanto sfugge alla classica dinastia calcistica nonno-padre-figlio, con magari qualche zio a fare da corollario. Sei elementi del nucleo famigliare, cinque (semi)professionisti e il sesto che non lo è ancora diventato solo perché minorenne.

L’estate degli Hazard è iniziata all’insegna dei cambi di maglia, per un giro di denaro pari 126.5 milioni di euro: la tripla cifra secca l’ha spesa il Real Madrid per assicurarsi Eden, il resto lo ha messo il Borussia Dortmund per il secondogenito Thorgan, con l’eccezione del milioncino pagato dal Cercle Brugge per riscattare – dal Chelsea – Hazard III, ovvero Kylian. Più che un’abitazione privata, la villetta dai mattoni rossi nel comune vallone di Braine-le-Comte, cinquanta chilometri circa dal confine con la Francia, sembra essere un piccolo vivaio a conduzione famigliare, anche se il capofamiglia Henry non ha mai forzato nessuno dei suoi figli a giocare a calcio.

Lui lo faceva da semi-pro nel La Louviere, serie B belga, negli anni 90, come mediano ruvido, generoso e con pochissima creatività. Quella era una prerogativa della moglie Carine, sei stagioni nella A femminile belga, professione attaccante e un carattere bello tosto anche fuori dal campo, visto che in più di un’occasione aveva aspettato l’allenatore fuori dallo spogliatoio a fine partita per chiedere lumi riguardo al mancato utilizzo del suo compagno.

Tubize, sangue e oro, stesso soprannome – nonché colori sociali – dei francesi del Lens. Proprio nel vivaio dei transalpini si trasferirà Thorgan Hazard, per formarsi in un contesto calcistico all’avanguardia sotto il profilo strutturale (il Belgio vallone non offriva garanzie sufficienti per un’adeguata formazione), così come Eden aveva optato per il Lille. I due avevano giocato assieme un paio di anni proprio nel Tubize, e avrebbero dovuto attendere un decennio abbondante prima di tornare a farlo, il 9 novembre 2016, con la maglia della nazionale belga in un’amichevole contro l’Olanda.

Separati alla nascita (calcistica) per volere dei genitori, nel tentativo di evitare l’effetto fotocopia e di fare in modo che Thorgan non fosse considerato solo il fratello di Eden. Un cono d’ombra dal quale quest’ultimo è uscito passo dopo passo, con pazienza, caparbietà e spirito competitivo, il tutto legato da una modalità di lavoro quotidiano diversa da quella del fratello maggiore. Eden spesso bacchettato, agli inizi di carriera, per una certa indolenza in allenamento (Leekens, Wilmots, Mourinho i critici), Thorgan invece lodato (da Dury allo Zulte Waregem e da Favre al Borussia Monchengladbach) per l’etica del lavoro. Ma in realtà il confronto tra i due ha sempre avuto poco senso, sotto ogni profilo, da quello tecnico a quello motivazionale. Eden ha un suo modo di lavorare, e il fatto di non avere mai avuto problemi fisici seri in carriera, nonché di presentarsi ai grandi appuntamenti al top della forma (vedi il Mondiale 2018), vale più di mille parole.

Eden Hazard al Real Madrid è la chiusura di un cerchio apertosi nel 2010 quando Zinedine Zidane, all’epoca in procinto di rientrare nelle Merengues in qualità di consigliere di Florentino Perez, consigliò di portare il 21enne di La Louviere al Bernabeu a occhi chiusi. Il ragazzo che aveva contribuito a trasformare il Lille in un piccolo Barcellona – con tanto di vittoria della prima Ligue 1 dal 1954 (in panchina Rudi Garcia, in attacco Gervinho e Moussa Sow) – scelse però il Chelsea, salutato pochi giorni fa dopo sei stagioni, altrettanti trofei e 352 partite giocate. Soprattutto, dopo aver disputato agli ordini di Maurizio Sarri la sua seconda stagione più prolifica di tutte quelle trascorse a Stamford Bridge, con 21 gol e 17 assist messi a registro. Meglio solo nel suo anno di esordio (13+24), mentre quando vinse il premio di miglior giocatore della Premier League 2014-15 si fermò a 19+13. Zidane lo considera il terzo gradino del podio tra i top player mondiali dopo Messi e Ronaldo, e della (ri)costruzione del nuovo Real il belga rappresenta una testata d’angolo. Pur in un reparto affollato che annovera Vinicius, Asensio, Isco, Rodrygo Goes, Lucas Vázquez, Brahim Díaz, Karim Benzema, il neo acquisto Luka Jovic e per ora anche Gareth Bale, Hazard è la prima scelta per una maglia da titolare. Ala sinistra nel 433, seconda punta nel 442 trequartista centrale nel 4231, o poco importa: Zidane adatterà il modulo a Eden, non viceversa.

Concorrenza: essendo un predestinato con la testa giusta per non sabotarsi la carriera, Eden non l’ha mai sofferta, anzi. Thorgan invece si diceva la temesse. Si trovava a Cobham, centro nevralgico del vivaio Chelsea, ma aveva le valigie in mano alla ricerca di qualche prestito che gli garantisse minutaggio. Si fece avanti l’Anderlecht, lui scelse la provincia dello Zulte Waregem e, a Bruxelles, qualcuno non la prese bene, parlando di scarsa personalità. Poco più di un anno dopo, il primo settembre 2013, arriva la risposta che chiude la questione: l’Anderlecht va in trasferta al Regenboogstadion e torna a casa con 4 gol (a 3) sulle spalle: Thorgan ne segna uno e propizia gli altri tre con altrettanti assist. Chiude la stagione in maniera sontuosa, con 17 gol e 20 assist (Europa League inclusa) e, in meno di 24 mesi, si porta a casa tre premi, tutti legati al campionato belga: Miglior calciatore del 2013, Miglior giovane e Miglior giocatore dell’anno.

La nascita di un giocatore vero, capace di camminare con le proprie gambe, come poi dimostrato nelle successive annate al Borussia Monchengladbach, portato in alto da quello straordinario valorizzatore di talenti che risponde al nome di Lucien Favre. Curioso come Thorgan sia reduce dalla sua miglior stagione realizzativa (13 gol/13 assist) proprio quando il maestro svizzero non è più della partita, ma il dato forse sorprende fino a un certo punto, visto che, una volta terminato, il lavoro di grande maestro può prescindere dalla presenza dello stesso. Una separazione comunque temporanea, perché a Dortmund i due si incroceranno di nuovo, in un contesto tecnico più elevato di quello precedente, chiudendo un altro piccolo cerchio.

Capita a pochi di poter osservare in presa diretta la propria fotografia vivente, messa però su pellicola per negativi. A Eden capita con Kylian: forte somiglianza fisica, medesimo ruolo, carriere molto distanti. Questione di priorità, ancora prima che di valori tecnici. Kylian ha sempre trattato il calcio come un hobby o poco più, e questo spiega perché per un anno e mezzo abbia giocato nel campionato ungherese. Prima ci sono state le giovanili del Lille e del Chelsea, più lo Zulte Waregem, per una traiettoria che nel suo caso non ha fatto valere il principio dell’evitare la carriera fotocopia.

Nel calcio pro ci è rimasto grazie al cognome e non ha problemi ad ammetterlo: se, come e prima di lui, anche Thorgan si era guadagnato l’accesso nell’Academy del Chelsea grazie alla famiglia, mettendo però – come detto – al centro del proprio percorso professionale il desiderio di affrancarsi dallo status di “essere un Hazard” il prima possibile, per Kylian è stato l’opposto. Almeno fino al cambio di rotta avvenuto nella stagione appena conclusa, la sua migliore di sempre, tanto che il Cercle Brugge ha deciso di acquistare il suo cartellino del Chelsea dopo l’annata in prestito. Kylian ha deciso di diventare un calciatore vero, così forse potrà finalmente ricevere richieste di interviste che riguardano sé stesso e non solo gli altri, quelli famosi. Vietato, per ora, chiedere di più.

Shane Kluivert, quarto figlio di Patrick nonché fratello del romanista Justin, a 9 anni firmava contratti con la Nike, giocava nel vivaio del PSG e presentava su YouTube un seguitissimo programma di cucina. Ethan Hazard ha quasi 16 anni e di lui non si sa quasi nulla. Nessuna intervista, pochissime foto e notizie, una protezione della sua privacy pressoché totale da parte dei genitori. Due modi opposti di gestione dell’hype mediatico con il quale questi ragazzi sono costretti a convivere, nell’attesa di sapere se seguiranno le orme dei famigliari.

L’attitudine di Ethan sembra simile quella di Kylian, ovvero qualche muso lungo se si tratta di prendere tuta e borsone e andare agli allenamenti, però massima disponibilità per le partite in giardino con gli amici. E’ l’unico dei figli Hazard a non essere stato indirizzato verso un vivaio francese, avendo a oggi militato sempre e solo nel Tubize. Leggenda vuole che sia il più forte della famiglia, rispettando il cliché che vuole il campione avere sempre (o quasi) un fratello minore più bravo di lui. Lo scorso ottobre si è parlato di un presunto passaggio di Ethan nelle giovanili del Chelsea, ma anche in questo caso è calata una cortina di ferro. Perché in fin dei conti si tratta di affari di famiglia e, fino a quando sarà possibile, tali devono restare.

 

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